Il gioco del bebè non è sempre un gioco relazionale, e certamente è differente dal gioco del bambino. In questa fase della vita, tuttavia, si pongono le basi per il gioco di relazione e inter-soggettivo più maturo.
Bernard Golse, neuropsichiatra infantile e psicoanalista, docente di psichiatria infantile e dell’adolescenza all’Università Paris-Descartes (Paris V), autore di scritti importanti sulla primissima infanzia e sullo sviluppo psichico nelle fasi precoci di vita, spiega quali sono le condizioni del GIOCO RELAZIONALE NEL BEBE’.

1. La MALLEABILITA’ dell’altro

… che restituisce al bambino la sensazione profonda di poter “toccare” e modificare l’adulto attraverso le sue azioni e l’interazione, di poter “lasciare una traccia”. Ciò crea una base sicura e un sentimento di auto-efficacia e costituisce il punto di partenza fondamentale per il futuro processo di differenziazione.

2. La NARRATIVITA’ dell’altro

Non c’è esperienza possibile di gioco-insieme senza condivisione di piacere. Quando l’adulto traduce in parole ciò che il bambino esprime a livello corporeo (“hai fame”, “forse hai freddo”, “hai sonno”…) o accompagna le sue azioni con la narrazione, il suo racconto ha senso per il bambino solo in un clima di piacere.
I primi giochi e scambi comunicativi tra adulto e bambino, quindi, sono “gioco” solo se veicolano una carica affettiva ed emozionale di piacere condiviso.

3. Il SIMILE e NON SIMILE dell’altro

Nel gioco il bebè comincia a scoprire l’altro. All’inizio è importante che l’adulto sia empatico e si comporti come un “molto simile” al bambino, sintonizzandosi sulle sue modalità e sui suoi ritmi comunicativi.
E’ altrettanto importante, però, che introduca piccole differenze, scarti e asimmetrie, variando gradualmente le dinamiche, per favorire il cammino verso il gioco relazionale e l’inter-soggettività.