LO SGUARDO DELL’ADULTO, FUORI E DENTRO LA SALA DI PSICOMOTRICITA


La nascita del bambino è il momento di un incontro con uno
sguardo
, quello dell’adulto, che attua un riconoscimento. L’adulto riconosce
l’esistenza del bambino, e gliela restituisce attraverso il suo sguardo.

Si potrebbe dire che il bambino esiste per la prima volta
nello sguardo degli altri
. Questo riconoscimento originario è alla base del lungo
percorso che ciascuno fa verso la soggettivazione e l’individuazione.

Quando si dice che l’Io ha le sue radici ancorate nel corpo
si intende proprio questo: il primo luogo in cui si ancora il senso di identità
della persona è il corpo, non solo nella sua dimensione biologica ma anche, soprattutto,
nella sua dimensione relazionale.

Donald Winnicott, noto psicoanalista, sosteneva che la madre
(ma, si potrebbe dire, l’adulto significativo in generale) guardando il
bambino, e scorgendo in esso una persona, rimandi al bambino questa stessa
immagine.

E’ all’interno di relazioni significative, che veicolano
emozioni ed affettività, che avviene lo sviluppo psichico e corporeo del
bambino, e questo intreccio è indissolubile, tanto che il buon andamento delle
une condiziona anche gli aspetti corporei, motori e cognitivi.

All’inizio della vita, non è solo lo sguardo a permettere il
primo radicamento dell’Io nel corpo: anche il contatto, la manipolazione e il
sostegno offerto dall’adulto che lo tiene in braccio, fanno sì che gradualmente
il bambino identifichi nel proprio corpo un contenitore e che sviluppi
un’immagine corporea. L’immagine corporea non è la conoscenza del corpo (come
quella che può avere un adulto, fatta di nozioni rispetto alle parti del corpo
ed ai loro rapporti reciproci, e che ha una componente cognitiva). Piuttosto,
essa è un’immagine inconscia, che si nutre delle memorie profonde dei primi
vissuti corporei e di relazione, e che riemerge sempre, in modo spesso
inconsapevole, nel modo unico ed originale che ciascuno ha di abitare il
proprio corpo, di sentirsi più o meno bene in esso, e di relazionarsi alle
situazioni e agli altri.

Maria Montessori diceva: “I movimenti del bambino piccolo
investono tutta la sua sfera esistenziale”.
Ciò significa che non è possibile
scindere, nel bambino piccolo, strutturazione dell’identità, vita psichica ed
affettiva, sensorialità e motricità. Essi si coordinano insieme, in un gioco
continuo di travasi da una sfera all’altra, in cui i confini non esistono, e in
un movimento globale di ogni bimbo attraverso le esperienze che concorrono alla
sua crescita.

Col tempo, mano a mano che si struttura, il bambino ha meno
necessità di un contatto continuo, corporeo, visivo, uditivo, con gli adulti di
riferimento per avere garantito un senso di continuità della sua esistenza. Ciò
vuol dire che riesce a tollerare piccoli momenti di attesa in cui l’adulto non
è immediatamente disponibile, senza sentire dispersa la propria integrità.

Questo avviene perché le esperienze ripetute fanno sì che si
creino delle memorie profonde e delle “immagini”, sia delle interazioni con gli
adulti importanti che dei propri vissuti ed acquisizioni corporei e motori. Lo
sviluppo motorio fa sì che il bambino si senta sempre più in grado di controllare
il proprio corpo e di modificare la realtà, e gradualmente il suo interesse si
sposta anche sull’ambiente che lo circonda, si estende agli oggetti, agli spazi.

Quando il bimbo inizia a camminare l’esplorazione dello
spazio si libera da ogni impedimento fisico, e il desiderio di scoprire il
mondo ha un’accelerazione incredibile, tanto che alcuni autori parlano di
“seconda nascita”. Con l’acquisizione della parola, poi, si guadagna uno
strumento che permette di “stare vicini nella distanza” e di veicolare i propri
pensieri, stati d’animo, desideri, intenzioni senza bisogno che ci sia uno
stretto contatto corporeo, che è invece necessario all’adulto per comprendere
lo stato in cui si trova il suo bambino quando è molto piccolo, per capire se sta bene o male, se ha
fame, sonno, se si sta agitando o è invece rilassato, e così via.

Dalla comunicazione “tonica” si passa ad una comunicazione
più mediata, veicolata da strumenti simbolici come la parola.

A questo punto, però, talvolta accade che gli adulti
ritengano che i bimbi siano sufficientemente grandi da non avere più bisogno di
quel “rispecchiamento” che abbiamo visto essere fondamentale nelle prime fasi
della vita e che sta all’origine del senso di identità, corporea e psichica,
della persona. Come se l’accesso alla dimensione della parola diminuisse molto
le distanze adulto/bambino e permettesse ai “grandi” di applicare le proprie
categorie di pensiero ai loro piccoli
. Questo danneggia la capacità dell’adulto
di sintonizzarsi sui bisogni del bambino
: questa sintonizzazione doveva essere
massima nei primi mesi di vita, quando il neonato dipendeva totalmente dalla
mamma, ma continua anche nella crescita ad essere fondamentale affinché il
bambino senta che l’adulto ha uno spazio mentale riservato a lui, che sia,
cioè, disponibile.

La presenza mentale degli adulti funge da contenitore per il
bambino, che sta imparando a conoscere e gestire le proprie emozioni e che, se
da un lato è sempre più autonomo, dall’altro proprio per questa crescente
autonomia ha bisogno di rassicurarsi rispetto alla solidità del legame con le
persone amate.

Come Pollicino che si allontana da casa e vive delle
avventure ma ha bisogno di lasciare delle tracce per tornare indietro, tutti i
bambini devono sentire e sperimentare la certezza della presenza di un adulto che
li accompagni nelle loro esplorazioni come presenza interiore stabile e che sia
però sempre lì ad aspettarli nel momento in cui fanno rientro alla base.
Altrimenti, si inibirebbe il desiderio di esplorare e di aprirsi agli altri,
perché questo risulterebbe potenzialmente “pericoloso” per i legami più
importanti, che sarebbero vissuti come incerti.

La disponibilità mentale dell’adulto verso il bambino fa la
qualità del tempo passato insieme: non è importante tanto la quantità di tempo
a disposizione per giocare, leggere storie, raccontarsi, fare cose insieme ai
propri bimbi (anche perché, spesso, rispetto a questo siamo impotenti), ma
quanto siamo presenti mentalmente a ciò che stiamo facendo, o che il nostro
bimbo sta facendo. Questo tempo “pieno” che nasce dalla disponibilità viene
immediatamente percepito dai bambini, che sentono allora di essere all’interno
di una relazione rassicurante, stabile, affettivamente ricca. Si sentono
importanti perché i grandi li guardano mentre fanno le loro conquiste, saranno
fiduciosi di allontanarsi e di aprirsi al mondo perché la strada a ritroso è
sempre percorribile.

Perché i percorsi
Psicomotori genitore/bambino 0-3 anni:

All’interno delle sedute di psicomotricità genitore/bambino
si ha la possibilità di sperimentare uno spazio dedicato, preservato dagli impegni,
dalle richieste e dalla mancanza di tempo quotidiani, per fermarsi e porsi in
ascolto del proprio bambino. Lo si può osservare giocare e giocare con lui,
sentire le forti emozioni provocate da quanto vive in sala ed accompagnarlo in
questo percorso nel modo più speciale che per
lui possa esserci: diventare grande sotto lo sguardo di mamma e/o papà,
affermando la propria identità, mostrando le proprie conquiste ma anche avendo
la possibilità di tornare a “ricaricarsi” affettivamente quando ne sente il
bisogno.

Non bisogna avere timore che, a causa della propria
presenza, i bambini poi faranno fatica a “staccarsi” e non riusciranno ad
entrare in sala di psicomotricità da soli, proprio per quanto detto sopra: la crescita
del bambino ha dei tempi naturali, per cui gradualmente, se avrà potuto
interiorizzare la stabilità della relazione con gli adulti importanti,
spontaneamente non avrà più bisogno della presenza del genitore.

Vale quindi la pena di avere una presenza “attiva”, non solo
nel gioco, ma, anche quando si è in una posizione più defilata, cogliendo
l’occasione di osservare e mostrando la propria presenza con sguardo e parole,
perché questo crea una grande qualità del tempo trascorso in sala e, invece che
trattenere il bambino, sarà il trampolino di lancio per la sua capacità di
giocare con i compagni e da solo in modo sereno e sicuro, anche senza di noi.